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Grazie di tutto

Un omaggio al cinema: il buio, il montaggio, la sala come ultimo luogo comune, e cosa ci ha dato senza chiedere niente.

Si comincia sempre con il buio. Prima dell'immagine c'è il buio, e il buio è una promessa. Le luci calano, le conversazioni si spengono da sole senza che nessuno lo chieda, e per un istante una sala piena di estranei smette di essere una somma di persone e diventa una sola cosa che aspetta. Poi arriva la luce, proiettata da dietro le nostre teste, e su un telo bianco appare un mondo. Abbiamo passato più di un secolo a tornare in quella stanza per vedere succedere questa cosa semplice e impossibile.

Il cinema è una macchina costruita su un difetto dell'occhio. Ventiquattro fotogrammi al secondo, immobili ciascuno, che la nostra percezione non riesce a separare e quindi cuce insieme in movimento. Tutto poggia lì: su una serie di istanti fermi che noi, sbagliando, vediamo vivi. È un inganno onesto, dichiarato fin dall'inizio. Nessuno è mai entrato in sala credendo che il treno dei Lumière lo avrebbe davvero travolto, eppure pare che qualcuno, la prima volta, si sia scansato. Quella esitazione del corpo, quel mezzo passo indietro davanti a un'ombra, è il cinema nella sua forma più nuda.

Una macchina per ricordare al posto nostro

Prima del cinema, il movimento moriva con chi lo aveva visto. Il modo in cui una persona cammina, gira la testa, accende una sigaretta: tutto questo svaniva. La fotografia aveva fermato il volto, ma non il gesto. Il cinema ha fatto la cosa che fino ad allora era riservata alla memoria e ai sogni, e l'ha resa un oggetto: una bobina, un file, qualcosa che si può rivedere identico domani e fra cinquant'anni.

Questo cambia il nostro rapporto con il tempo più di quanto siamo disposti ad ammettere. Quando guardiamo un film vecchio, gli attori sul telo si muovono con la sicurezza dei vivi, ma molti di loro sono morti da decenni. Stanno facendo, adesso, davanti a noi, una cosa che hanno fatto una volta sola, in un giorno preciso, sotto una luce precisa. Il cinema è pieno di queste presenze. Sono fantasmi che non sanno di esserlo, e continuano a recitare la loro parte con la stessa convinzione di sempre.

Il cinema non è un pezzo di vita, è un pezzo di torta. Lo diceva Hitchcock, ed è una difesa dell'artificio: nessuno vuole sullo schermo la noia letterale dei giorni, ma la loro forma, tagliata e servita.

Eppure dentro l'artificio si conserva qualcosa di vero che nessun'altra arte trattiene allo stesso modo. Un romanzo descrive un volto, un quadro lo fissa, ma solo il cinema mostra come quel volto cambia mentre capisce qualcosa. La recitazione, quando funziona, non è finzione di emozioni: è il pensiero che attraversa una faccia in tempo reale. Guardiamo gli occhi di qualcuno mentre decide, e per la durata di quell'inquadratura sappiamo cosa sta pensando meglio di quanto lo sapremmo nella vita.

La sala come ultimo luogo comune

C'è una differenza tra vedere un film e andare al cinema, e diventa più chiara man mano che la prima cosa diventa facile e la seconda rara. A casa il film è a nostra disposizione: possiamo fermarlo, riavvolgerlo, guardare il telefono, finirlo domani. In sala siamo noi a disposizione del film. Non possiamo metterlo in pausa perché non è solo nostro: appartiene anche allo sconosciuto di fianco, che ride un istante prima di noi e ci fa accorgere di una battuta, o che resta in silenzio in un punto in cui credevamo ci fosse poco da prendere sul serio.

Quel silenzio condiviso è una cosa che stiamo perdendo l'abitudine a praticare. Stare fermi al buio, due ore, insieme ad altri, senza fare nient'altro che guardare nella stessa direzione. È quasi una forma di attenzione collettiva, e somiglia più alla preghiera in una chiesa che all'intrattenimento di cui di solito parliamo. Non a caso le sale grandi venivano chiamate cattedrali, e venivano costruite per far alzare gli occhi.

La sala è anche il luogo dove le dimensioni tornano giuste. A casa un volto è largo una mano; in sala è alto come una casa. Guardare per due ore un viso più grande di noi ci rimette al nostro posto: non siamo il centro della stanza, siamo seduti davanti a qualcosa che ci supera. È una lezione di proporzioni che lo schermo del telefono, dove tutto è piccolo e tutto è a portata di pollice, ha smesso di darci.

Il montaggio, ovvero pensare per immagini

La scoperta che ha reso il cinema un linguaggio e non solo una registrazione è il taglio. Due immagini accostate producono un senso che nessuna delle due conteneva. Un volto, poi un piatto di minestra: fame. Lo stesso volto, poi una bara: dolore. L'inquadratura del volto è identica; cambia solo ciò che le mettiamo accanto. Il significato nasce nello stacco, nel vuoto di un fotogramma in cui il proiettore non mostra niente.

Da qui viene tutto il resto: la possibilità di essere in due luoghi insieme, di saltare gli anni in un dissolvenza, di mostrare una cosa e farne capire un'altra. Il montaggio è il modo in cui il cinema pensa, e ci ha insegnato a pensare anche fuori dalla sala. Diamo per scontato di poter immaginare un ricordo come un flashback, una minaccia come un campo e controcampo. Sono grammatiche che non esistevano prima che qualcuno, in una sala di montaggio, le inventasse tagliando pellicola con le forbici.

Il cinema è verità ventiquattro volte al secondo, diceva Godard. Un altro regista, anni dopo, ha risposto che è menzogna ventiquattro volte al secondo. Hanno ragione entrambi, ed è precisamente in mezzo a quelle due frasi che il cinema lavora.

Quello che ci ha dato senza chiedere niente

Conviene essere concreti, perché la gratitudine diventa retorica appena smette di nominare le cose. Il cinema ci ha fatto vedere posti in cui non andremo mai, e ce li ha resi familiari al punto da riconoscerli arrivandoci per la prima volta. Ci ha fatto stare dalla parte di persone che nella vita avremmo evitato, e per la durata di un film abbiamo capito le loro ragioni. Ci ha dato volti che diventano misura di altri volti, frasi che usiamo senza ricordarne più la fonte, musiche che bastano da sole a riportare un'intera scena.

Ci ha tenuto compagnia nelle ore in cui non eravamo capaci di stare con noi stessi. Ha dato forma a paure che non sapevamo dire, e nel dargli forma le ha rese un po' più maneggiabili. Ha conservato il modo di parlare, di vestirsi, di muoversi di epoche che altrimenti conosceremmo solo per iscritto. Ha permesso a un attore di invecchiare e morire e tornare giovane ogni volta che qualcuno preme play. Non sono poche cose, e le abbiamo accettate come un dovuto.

Un congedo che non è una fine

Si dice da tempo che il cinema stia morendo, e in un certo senso è sempre stato così: ha avuto la fine della pellicola, la fine del muto, la fine del bianco e nero, la fine delle grandi sale di quartiere. Ogni volta è morta una sua forma e ne è sopravvissuta la cosa essenziale. Oggi i film arrivano nelle nostre case prima ancora che decidiamo di volerli, le sale chiudono, la durata media della nostra attenzione si accorcia. È possibile che la sala buia diventi un'eccezione, un luogo che si frequenta come si va a teatro: di rado, con una certa solennità, sapendo di fare una cosa antica.

Se così sarà, varrà la pena ricordare cosa stiamo lasciando andare, senza fingere che fosse niente. La gratitudine giusta non è quella che imbalsama. È quella che riconosce un debito e lo dice una volta, con chiarezza. Per i mondi che ci ha prestato, per i morti che ci ha tenuto vivi, per le due ore di buio in cui abbiamo smesso di essere soli pur restando in silenzio: grazie di tutto.

Poi le luci si riaccendono, sempre un istante prima di quando vorremmo. Ci si alza un po' storditi, si torna a essere una somma di persone, ciascuna con la propria uscita da raggiungere. Ma per un poco, là fuori, il mondo continua ad avere il taglio e la luce che abbiamo appena imparato a vedere. È il regalo più discreto: il cinema finisce, e per qualche ora ci lascia guardare la realtà come se fosse stata anche lei girata da qualcuno che ci voleva bene.

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