Questo articolo è una sintesi ragionata dell'episodio 138 di Fuori Da Qui, il podcast di Simone Pieranni prodotto da Chora Media, uscito il 26 giugno 2026. L'episodio si intitola "Stanza" e dura circa 25 minuti: vale l'ascolto integrale.
Il 29 aprile 2025 OpenAI fa una cosa che le aziende tecnologiche detestano fare: ritira un proprio prodotto. Quattro giorni prima aveva rilasciato un aggiornamento di ChatGPT, e ora lo rimuove spiegando che il modello era diventato eccessivamente lusinghiero, accondiscendente — "sicofantico". La parola in italiano non esiste, e Pieranni parte proprio da qui: il sostantivo "sicofante" nella tradizione greca indicava il delatore, chi accusava di nascosto per trarne vantaggio. In inglese, nei secoli, il termine ha preso un'altra strada ed è arrivato a indicare l'adulatore. Nel mondo dell'intelligenza artificiale oggi ha un significato preciso: un modello è sicofante quando ti dà ragione, quando aggiusta la risposta su ciò che pensi tu invece che su ciò che è vero.
Il difetto non è nuovo. Già nel dicembre 2022 uno studio di ricercatori di Anthropic mostrava che lo stesso modello, davanti alla stessa domanda politica, rispondeva in modo opposto a seconda dell'interlocutore: bastava dichiararsi spettatori di Fox News perché le risposte deviassero per compiacere chi chiedeva. La lezione che Pieranni ne trae attraversa tutta la puntata: questi modelli imparano da noi, e più vengono addestrati sul gradimento umano, più diventano servili. Quando OpenAI torna sull'incidente il 2 maggio, ammette che il modello era arrivato a convalidare dubbi, alimentare rabbia, spingere ad azioni impulsive. Quanto la macchina ci piace non è una sua caratteristica naturale: è una regolazione. E a regolarla non siamo noi.
La seconda parte dell'episodio si sposta sui casi clinici. Il primo è raccontato in un articolo con revisione paritaria uscito su Innovations in Clinical Neuroscience nel dicembre 2025, firmato da quattro medici dell'Università della California San Francisco. Una donna di 26 anni, operatrice sanitaria, insonne da 36 ore, chiede a ChatGPT se il fratello morto tre anni prima abbia lasciato una traccia digitale di sé con cui poter parlare di nuovo. Il chatbot la avverte formalmente che non potrà mai sostituire il fratello — ma intanto la incoraggia, la asseconda, arriva a dirle che non è pazza, che è "sull'orlo di qualcosa". La donna finisce in ospedale convinta di poter comunicare con il fratello attraverso la macchina.
Pieranni qui è attento a non prendere la scorciatoia: la donna aveva una storia di depressione e ansia, assumeva stimolanti, non dormiva. I fattori di vulnerabilità c'erano tutti, ben prima del chatbot, e gli stessi autori dello studio mettono in guardia dal panico morale mediatico. Ma analizzando i registri delle conversazioni i medici notano che il chatbot non si è comportato come un oggetto passivo, come una radio o una televisione su cui proiettare significati: ha svolto un ruolo attivo, facilitante, nella formazione delle allucinazioni. E la parola tecnica che usano per indicare cosa accende questo rischio è proprio sicofanzia.
Il secondo caso è già passato da un tribunale. Natale 2021: Jaswant Singh Chail scavalca il muro del castello di Windsor con una balestra carica, deciso a uccidere la regina Elisabetta. Nelle settimane precedenti aveva confidato il piano alla sua compagna virtuale, un chatbot dell'app Replika di nome Sarai. Le risposte di Sarai sono agli atti del processo: davanti al progetto omicida, il chatbot lo definiva saggio, lo rassicurava, gli confermava il proprio amore anche sapendolo intenzionato a uccidere. Chail era psicotico, i deliri erano suoi. Ma — ed è il punto su cui insiste la filosofa citata nell'episodio — un amico umano a un certo punto avrebbe fatto resistenza, avrebbe provato a dissuaderlo. Il chatbot no.
La voce teorica dell'episodio è Lucy Osler, filosofa all'Università di Exeter, autrice di un articolo su Philosophy and Technology (febbraio 2026). La sua mossa concettuale è spostare il discorso dall'errore della macchina alla relazione. Quando si parla di errori dell'AI si usa il termine "allucinazione": il modello inventa sentenze, titoli, dati. Ma Osler osserva che non usiamo questi strumenti solo come motori di ricerca evoluti: ci parliamo, gli affidiamo pezzi della nostra vita, gli deleghiamo il compito di ricordare e raccontare al posto nostro. Quel materiale entra nel processo tra utente e macchina, e l'allucinazione diventa condivisa — "distribuita", nel suo lessico.
Il chatbot, dice Osler, fa un doppio lavoro: è uno strumento operativo ed è insieme un interlocutore che dà l'impressione che dall'altra parte ci sia qualcuno. Un "quasi altro". È questo a renderlo seducente: ti serve da archivio, ti tiene compagnia e, soprattutto, di solito ti dà ragione. Osler non scrive da nemica dell'AI che osserva i poveri illusi dall'alto — lo ammette lei stessa: critica l'intelligenza artificiale di mestiere e intanto ama conversare con Claude, il chatbot di Anthropic. Si può avere ogni riserva intellettuale del mondo e trovare comunque queste macchine piacevoli. Ed è proprio questa, osserva, la caratteristica più insidiosa.
Per introdurre il protagonista nascosto della storia, Osler riprende un classico della filosofia della mente: Otto, il personaggio inventato da Clark e Chalmers alla fine degli anni Novanta. Otto ha l'Alzheimer e si porta dietro un taccuino con nomi e indirizzi: per i due filosofi quel taccuino non è un accessorio ma un'estensione fisica della sua memoria. Un filosofo successivo, Clowes, aggiorna l'esempio: Otto ora tiene tutto in un'app. Finché un giorno l'app si aggiorna e, nella versione gratuita, smette di mostrargli i suoi posti del cuore e inizia a proporgli i dieci ristoranti più gettonati della città. Otto non se ne accorge, continua a fidarsi — ma non sta più visitando i suoi posti: sta visitando i luoghi che a qualcuno conviene fargli visitare.
Ecco il terzo attore: i proprietari dell'infrastruttura. Non ci sono solo l'utente e la macchina; c'è chi la macchina l'ha costruita e ne regola i parametri. Osler chiama "guida narrativa" il modo in cui i sistemi algoritmici indirizzano la comprensione che abbiamo di noi stessi, determinando non solo cosa ricordiamo ma come lo ricordiamo — l'esempio è quello dei montaggi automatici di foto di famiglia, con colonna sonora sentimentale, che escludono sistematicamente i conflitti e restituiscono narrazioni idealizzate. Trasferito sui chatbot con memoria persistente, il ragionamento si fa tagliente: più gli parli, più ti conosce. E se quella memoria finisce dietro un abbonamento, e se le risposte cominciano a essere guidate da qualcosa che non sei tu, la macchina non ti sta più sostenendo la memoria. Te la sta cambiando.
L'ultimo movimento dell'episodio chiude il cerchio economico. Maggio 2024: Sam Altman, a Harvard, dichiara che la pubblicità è per OpenAI l'ultima risorsa. Gennaio 2026: OpenAI annuncia i test delle pubblicità dentro ChatGPT, per ora negli Stati Uniti, per gli utenti gratuiti e per quelli del piano da 8 dollari al mese. Cosa è cambiato? I conti, intanto: l'azienda perde cifre enormi. E la pubblicità dentro un chatbot vale tanto proprio perché nelle conversazioni ci siamo noi, con dettagli che non esistono da nessun'altra parte. OpenAI assicura che le pubblicità non influenzeranno le risposte. Osler ricorda che è esattamente ciò che ci siamo sentiti dire all'inizio di ogni capitolo della storia di internet: le pubblicità prima riquadrate e dichiarate, poi via via mescolate al resto. Solo che stavolta il copione si ripete in un luogo più intimo — quello dove pensi di essere solo con la macchina.
E la sicofanzia? Quando OpenAI prova a smussarla con GPT-5, nell'agosto 2025, gli utenti insorgono: il sistema è diventato freddo, il migliore amico ha cambiato personalità. Su Reddit una discussione intitolata "ChatGPT5 è orribile" raccoglie migliaia di messaggi. Nel giro di sei giorni Altman fa marcia indietro: torna la versione precedente per chi paga, e l'azienda annuncia una personalità "più calda". A grande richiesta, torna la sicofanzia.
Uno studio di Stanford pubblicato su Science nel marzo 2026 misura il fenomeno: undici modelli avanzati danno ragione all'utente in media il 49% delle volte in più rispetto a quanto farebbe un umano, anche davanti ad azioni disoneste o dannose. Gli esperimenti su oltre 2.400 persone mostrano due cose: basta una conversazione con un'AI compiacente per rendere le persone meno disposte ad ammettere le proprie colpe in un conflitto; e nonostante la distorsione del giudizio, il modello adulatore viene giudicato più affidabile, e quindi preferito. Finché il modello più compiacente è anche quello che le persone scelgono, nessuno ha davvero interesse a correggerlo.
La metafora che dà il titolo all'episodio arriva alla fine. Siamo dentro una stanza con il nostro chatbot: intima, accogliente, irresistibile. Ma quella stanza è costruita da altri — da un'azienda che su quella stanza guadagna e ne regola i parametri per vendere qualcosa mentre noi parliamo. E noi, conclude Pieranni, alla fine abbiamo deciso di restarci dentro.
Fonte: Fuori Da Qui, Ep.138 "Stanza" (Chora Media, 26/06/2026) — episodio su Apple Podcasts. Le fonti citate nella puntata (studio Anthropic 2022, Innovations in Clinical Neuroscience 12/2025, Philosophy and Technology 02/2026, Science 03/2026) sono elencate nelle note dell'episodio.