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Il golpe legale: cosa è cambiato dal 2020 alle midterm 2026

Nel 2020 il piano per ribaltare l'elezione era illegale e fallì. Quello del 2026 è tutto legale.

Il 16 maggio 2026, in Louisiana, non si sono tenute le elezioni primarie. Oltre centomila persone avevano già votato in anticipo e altre quarantaduemila avevano già spedito la scheda per posta. Il governatore Jeff Landry ha firmato una dichiarazione di emergenza e le ha sospese. Non c'era un uragano, non c'era un'epidemia. C'era una sentenza della Corte Suprema arrivata pochi giorni prima e la necessità di dare al parlamento dello Stato il tempo di ridisegnare da capo i collegi elettorali.

Un'elezione fermata a metà, con i voti già espressi chiusi in un cassetto. E nessuna legge violata: nessuno ha forzato una porta, falsificato una scheda, toccato un'urna. Ogni singolo passaggio è stato compiuto da autorità legittime, seguendo procedure previste, in pieno giorno.

Questa è la distinzione attorno a cui ruota tutto il resto, ed è la ragione per cui vale la pena dedicare mezz'ora a capire come funziona il meccanismo. Il 3 novembre 2026 gli Stati Uniti tornano alle urne per rinnovare il Congresso. Quello che segue è la ricostruzione di un piano scritto, firmato e spedito nel 2020 per ribaltare un'elezione presidenziale; del margine sottilissimo per cui non funzionò; di cosa sia poi accaduto a chi quel piano lo aveva concepito, che è la parte che quasi nessuno ricorda; e degli strumenti costruiti negli ultimi diciotto mesi, tutti diversi da quelli di allora e tutti formalmente legali.

Il passaggio notarile che nessuno guardava

Negli Stati Uniti il presidente non lo eleggono direttamente i cittadini. Ogni Stato esprime un certo numero di grandi elettori che a dicembre si riuniscono nella capitale del proprio Stato e firmano un certificato con il nome del vincitore. I certificati partono per Washington e il 6 gennaio il Congresso li conta in seduta comune. Per due secoli è stato un adempimento notarile, di quelli che nessuno guarda.

Il 14 dicembre 2020 i grandi elettori si riuniscono e firmano: ha vinto Joe Biden. Ma quello stesso giorno, negli stessi palazzi, si riunisce un secondo gruppo di persone. Accade in Arizona, Georgia, Michigan, Nevada, New Mexico, Pennsylvania e Wisconsin. Uomini e donne firmano certificati paralleli che dichiarano vincitore Donald Trump e li spediscono agli archivi nazionali. Sette Stati, vinti tutti e sette da Biden.

Non è un gesto simbolico, ed è qui che la storia diventa seria. Quei certificati sono la materia prima di un documento molto preciso, scritto da John Eastman, avvocato costituzionalista vicino alla Casa Bianca. Si intitola January 6 scenario e contiene sei passaggi. Il perno è Mike Pence: il vicepresidente, che quel giorno presiede la seduta, dovrebbe dichiarare che da sette Stati sono arrivate due serie di certificati contrastanti e quindi scartarli tutti. Senza quei voti Biden scende sotto la soglia necessaria e la scelta del presidente passa alla Camera, dove però non si vota per teste ma per delegazioni statali, e i repubblicani ne controllano più dei democratici.

Sulla carta funziona.

Il lavoro sul territorio

Nel frattempo si lavora Stato per Stato. Il 2 gennaio 2021 Trump telefona a Brad Raffensperger, segretario di Stato della Georgia e repubblicano, e resta al telefono un'ora. Nel corso della conversazione lo lusinga, lo insulta, lo prega e gli fa capire che rifiutare potrebbe costargli un procedimento penale. La frase rimasta è quella in cui dice di volere soltanto che gli trovi 11.780 voti: uno più del margine con cui aveva perso lo Stato. Raffensperger risponde che in Georgia i voti sono stati contati tre volte, una delle quali a mano, e che il risultato non cambia.

Poi c'è il Dipartimento di Giustizia, che è il pezzo più pesante. Il 27 dicembre Trump parla al telefono con Jeffrey Rosen, procuratore generale facente funzione. Il suo vice Richard Donoghue prende appunti, e quegli appunti contengono una frase che vale da sola l'intero piano.

Dite soltanto che l'elezione è stata corrotta. Al resto pensiamo io e i deputati repubblicani.

Non serviva una prova. Serviva un timbro. Il giorno dopo un funzionario del dipartimento, Jeffrey Clark, fa circolare tra i colleghi una lettera già pronta da spedire alla Georgia: il Dipartimento di Giustizia avrebbe significant concerns sulla regolarità del voto nello Stato, e invita il parlamento locale a riunirsi in sessione straordinaria per nominare nuovi grandi elettori. Quelle preoccupazioni non esistono, e Clark lo sa. Nella mail di accompagnamento scrive ai superiori che non vede controindicazioni e che converrebbe far uscire il documento il prima possibile. Non era una lettera sola: come rivelerà anni dopo il deputato Raja Krishnamoorthi, Clark ne aveva preparate di analoghe per sei Stati diversi.

Perché non ha funzionato

A questo punto il piano è completo. Ci sono i certificati falsi già depositati agli archivi nazionali, il documento che spiega come usarli, la pressione diretta sui funzionari statali e una lettera del Dipartimento di Giustizia pronta a partire verso sei Stati.

Non ha funzionato perché alcune persone, singolarmente, hanno detto no.

Rosen e Donoghue si rifiutano di firmare la lettera di Clark, sostenendo che non ha alcun fondamento nei fatti e nel diritto. Trump valuta di rimuovere Rosen e mettere Clark al suo posto, e ci rinuncia soltanto quando i vertici del dipartimento gli fanno sapere che in quel caso si dimetterebbero tutti insieme, in blocco. Raffensperger non trova gli 11.780 voti, e pagherà quella scelta con l'ostilità aperta del presidente, che alle primarie successive sosterrà il suo sfidante: Raffensperger lo batterà di diciannove punti. I tribunali respingono i ricorsi uno dopo l'altro, oltre sessanta, in ogni grado di giudizio e con giudici nominati da entrambi i partiti. Il 6 gennaio 2021 Pence entra in aula, si siede al banco della presidenza e conta i certificati veri, quelli arrivati dagli Stati: il gesto più semplice possibile, ed esattamente quello che il documento di Eastman gli chiedeva di non fare.

Poi succede quello che succede quando tutte le strade legali si sono chiuse. Una folla entra nel Campidoglio per fermare fisicamente il conteggio, i parlamentari vengono evacuati, la seduta viene sospesa e riprende quella notte. Alle 3:40 del mattino il conteggio si chiude come previsto.

Il punto da tenere in mente per tutto il resto è questo: nel 2020 il sistema americano non ha retto grazie a un meccanismo automatico, a un controllo procedurale o a un contrappeso scritto da qualche parte nella Costituzione. Ha retto perché in quattro o cinque punti nevralgici, per coincidenza, era seduta una persona disposta a dire no e a pagarne il conto. Le istituzioni non sono edifici: sono fatte dalle persone che ci lavorano dentro.

Il conto che non è mai arrivato

Dopo il 2020 la macchina della giustizia si mette in moto sul serio. Il procuratore speciale Jack Smith incrimina Trump con quattro capi d'accusa per il tentativo di ribaltare l'elezione. In Georgia la procuratrice della contea di Fulton, Fani Willis, incrimina Trump e altri diciotto imputati per associazione a delinquere. Sembra la strada verso un accertamento giudiziario completo, pubblico, definitivo.

Non ci si arriva mai.

Nel novembre 2024, poche settimane dopo la vittoria elettorale di Trump, Smith chiede l'archiviazione di entrambi i procedimenti che aveva in mano. La motivazione è di dottrina, non di merito: il Dipartimento di Giustizia ritiene da decenni che un presidente in carica non possa essere sottoposto a processo penale. Nel suo rapporto finale Smith scrive che se si fosse arrivati al dibattimento le prove raccolte sarebbero state sufficienti a ottenere una condanna. Non è una soluzione: è un processo che non si fa.

Il 20 gennaio 2025, giorno dell'insediamento, Trump firma circa millecinquecento provvedimenti di clemenza per gli imputati del 6 gennaio, commutando la pena a quattordici persone, tra cui i capi di Oath Keepers e Proud Boys, le due organizzazioni paramilitari più strutturate presenti quel giorno. Ordina inoltre al procuratore generale di far cadere tutti i procedimenti ancora pendenti, oltre trecento. Chi era entrato nel Campidoglio torna libero, e alcuni vengono invitati sul palco della festa di insediamento, dove il presidente li aveva definiti in campagna elettorale ostaggi e patrioti.

Nel novembre 2025 cade anche il caso della Georgia. Fani Willis era stata rimossa dall'incarico per un conflitto di interessi di natura personale, e il procuratore che le subentra archivia l'intero fascicolo contro tutti e diciannove gli imputati, precisando di non condividere minimamente la tesi che l'elezione del 2020 fosse stata rubata, ma di ritenere impraticabile andare avanti. Restano in piedi soltanto alcuni procedimenti statali contro i grandi elettori falsi in Nevada, Wisconsin e Arizona. Contro chi il piano lo aveva ideato e diretto non resta più nulla.

Vale la pena fermarsi su cosa questo significhi. Un tentativo di ribaltare un'elezione presidenziale è stato documentato in ogni dettaglio da una commissione parlamentare, da un procuratore speciale e da due procure statali: migliaia di mandati di comparizione, terabyte di dati, migliaia di ore di video. E poi è stato cancellato, atto per atto, dal punto di vista giudiziario. Il messaggio che arriva oggi a chiunque debba decidere come comportarsi la prossima volta non è che quel piano era illegale. È che non è costato niente a nessuno.

La matematica delle midterm

Il 3 novembre si rinnova per intero la Camera dei Rappresentanti: 435 seggi. Oggi i repubblicani la controllano di stretta misura, e ai democratici bastano pochi seggi per ribaltarla. Per dare un'idea di cosa sia possibile in un voto di metà mandato: nel 2018, al primo giro di boa del primo mandato di Trump, i democratici ne conquistarono quaranta.

Perdere la Camera significa perdere il controllo delle commissioni d'inchiesta, del bilancio e della procedura di impeachment. Significa passare due anni sotto inchiesta. Da qui in avanti, tutto quello che segue è tecnicamente legale.

Primo strumento: le mappe

Negli Stati Uniti i confini dei collegi li disegnano di norma i parlamenti dei singoli Stati, e si ridisegnano ogni dieci anni dopo il censimento. Rifarlo a metà decennio è consentito ma rarissimo, semplicemente perché non ha senso. Salvo che ne abbia parecchio.

Le tecniche sono due e hanno entrambe un nome. La prima consiste nell'ammassare gli elettori avversari dentro il minor numero possibile di collegi, dove vinceranno con l'ottanta per cento dei voti: seggi persi, ma pochissimi, e tutti gli altri diventano tuoi. È come fare in modo che una squadra abbia il miglior attacco del campionato segnando però tutti i gol in cinque partite su trentotto. La seconda consiste nell'opposto: spezzettare una comunità compatta tra quattro o cinque collegi diversi, in modo che da nessuna parte sia abbastanza numerosa da decidere l'esito. In entrambi i casi non si toglie il voto a nessuno. Lo si rende irrilevante.

Nell'estate del 2025 Trump chiede ai repubblicani del Texas di rifare la mappa fuori tempo massimo. I deputati democratici dello Stato lasciano il Texas per due settimane per far mancare il numero legale e bloccare il voto. Non basta: la mappa passa, e cinque collegi che erano democratici diventano repubblicani. È il colpo che apre la partita, perché da quel momento in poi ogni Stato capisce che si può fare.

La California risponde nel modo più rumoroso possibile. Il governatore Gavin Newsom non si limita a far approvare una mappa dal parlamento locale: la porta direttamente agli elettori con un referendum, la Proposition 50, che passa nel novembre 2025. Cinque seggi in direzione opposta, e il testo stesso del quesito citava il Texas. Poi la cosa si allarga: l'Ohio ridisegna e porta la propria delegazione da dieci-cinque a dodici-tre; Missouri e North Carolina prendono di mira un seggio democratico ciascuno; nell'aprile 2026 tocca alla Florida di Ron DeSantis, che ne aggiunge altri quattro. Sul fronte opposto, un tribunale dello Utah stabilisce che la mappa disegnata dai repubblicani violava le regole dello Stato contro il gerrymandering e ne impone una nuova, che restituisce un seggio ai democratici. La Virginia ci prova e perde in tribunale.

Il risultato di un anno intero di guerra delle mappe è quasi un pareggio: alla fine di aprile i democratici avevano recuperato più o meno tutto quello che avevano perso.

Secondo strumento: la Corte Suprema

È a questo punto che la Corte Suprema rimette tutto in movimento, in una sola giornata. Il 29 aprile 2026 arriva la decisione sul caso Louisiana v. Callais: sei voti a tre, opinione firmata da Samuel Alito. In discussione c'è la sezione 2 del Voting Rights Act, la legge del 1965 nata dal movimento per i diritti civili.

Conviene spiegare cosa faceva davvero, perché non è ovvio. Non garantisce il diritto di voto, che è garantito altrove. Serve a impedire che il voto delle minoranze razziali venga reso inutile: in pratica obbligava gli Stati a disegnare, dove la popolazione lo consentiva, un certo numero di collegi a maggioranza nera, in modo che quelle comunità potessero effettivamente eleggere qualcuno. Per sessant'anni è stata l'architrave della rappresentanza afroamericana nel Sud degli Stati Uniti.

La Louisiana è per circa un terzo afroamericana e su sei collegi ne aveva uno solo a maggioranza nera. Un tribunale federale stabilisce che così la sezione 2 è violata, e lo Stato ne disegna un secondo. A quel punto un gruppo di elettori bianchi fa causa sostenendo che disegnare un collegio tenendo conto della razza è discriminazione razziale. La Corte Suprema gli dà ragione. Obbedire al Voting Rights Act è diventato incostituzionale.

La sezione 2 non viene abrogata: resta scritta nei codici, cambia soltanto cosa deve dimostrare chi la invoca. Da adesso non basta far vedere che una mappa penalizza gli elettori neri, bisogna provare che chi l'ha disegnata voleva penalizzarli. E qui sta il meccanismo, perché nel 2019 la stessa Corte aveva stabilito che ridisegnare i collegi per favorire il proprio partito non è sindacabile dai giudici federali. Il che significa che a un parlamento statale basta rispondere che non stava colpendo gli elettori neri, stava colpendo gli elettori democratici, che negli Stati del Sud sono in larghissima parte quegli stessi elettori neri. Nel suo dissenso Elena Kagan scrive che la decisione riduce la sezione 2 a lettera morta.

Il pareggio di aprile dura pochi giorni. E qui si torna esattamente al punto di partenza: la Corte concede alla Louisiana di rendere subito esecutiva la sentenza il 4 maggio, saltando i trentadue giorni di attesa previsti dal suo stesso regolamento interno. Pochi giorni prima Jeff Landry aveva dichiarato l'emergenza e sospeso le primarie del 16 maggio, con oltre centomila voti già espressi. Il regolamento ha ceduto davanti all'urgenza, e l'urgenza era ridisegnare i collegi in tempo per novembre.

Terzo strumento: chi può registrarsi

Negli Stati Uniti non esiste l'anagrafe come la conosciamo noi. Non c'è una carta d'identità nazionale e nessuno ti iscrive d'ufficio: registrarsi alle liste elettorali è una pratica che ogni cittadino deve fare per conto proprio, e che va rifatta ogni volta che si cambia indirizzo.

Il SAVE Act, proposto dal deputato Chip Roy, obbliga chi si registra a presentarsi di persona con un documento che provi la cittadinanza: passaporto, certificato di nascita, patente. È sui numeri che la legge fa il suo lavoro vero. Circa la metà degli americani non ha il passaporto. Chi si sposta deve quindi tirare fuori il certificato di nascita, che spesso è in un cassetto, in un altro Stato, o non è mai stato richiesto. Ma soprattutto il documento deve riportare il nome attuale, e per una donna che ha preso il cognome del marito il certificato di nascita porta un altro nome: servono anche il certificato di matrimonio e gli atti dei cambi di nome successivi. Parliamo di decine di milioni di donne sposate. Nessuna di loro perde il diritto di voto. Semplicemente, per esercitarlo, deve mettersi a cercare dei documenti.

Poi c'è la parte che riguarda chi quelle registrazioni le raccoglie. La legge prevede sanzioni penali, carcere compreso, per il funzionario elettorale che iscriva qualcuno con documentazione irregolare, anche se quella persona è davvero cittadina americana e anche se l'errore è in buona fede. Gli uffici elettorali americani si reggono in larga parte su volontari e personale stagionale. Quanti accetteranno l'incarico sapendo che un errore di valutazione può costargli la fedina penale è una domanda che si risponde da sola.

Sulla dimensione del problema che tutto questo dovrebbe risolvere, i numeri esistono. Lo Utah ha appena passato al setaccio oltre due milioni di elettori registrati, una delle verifiche più ampie mai fatte da uno Stato: ha trovato un caso confermato di registrazione di un non cittadino e zero voti espressi da non cittadini. A livello federale i controlli sui documenti di immigrazione segnalano lo 0,04 per cento dei casi come potenzialmente irregolari, e dentro quello 0,04 per cento molti avevano già fornito la prova di cittadinanza al momento dell'iscrizione.

Alla Camera la legge passa l'11 febbraio 2026 con 218 voti contro 213: tutti i repubblicani, nessuno escluso, e un solo democratico a favore. Al Senato si blocca, perché per superare l'ostruzionismo servono sessanta voti e i repubblicani ne hanno cinquantatré; Lisa Murkowski vota persino contro l'apertura della discussione. Il leader della maggioranza John Thune ha già fatto sapere che se la legge non passa diventerà un tema della campagna elettorale d'autunno. Nel frattempo si tenta la strada della legge di bilancio, dove basta la maggioranza semplice, con una versione riscritta a incentivi: nessuno Stato è obbligato a niente, ma chi adotta quelle regole spontaneamente riceve fondi federali.

Quarto strumento: chi può votare

Un ordine esecutivo del marzo 2026 incarica il Dipartimento per la Sicurezza Interna di compilare, attingendo alle banche dati federali, l'elenco dei cittadini aventi diritto di voto in ogni Stato, e ordina al servizio postale di consegnare le schede per corrispondenza soltanto a chi compare su liste verificate. Negli Stati Uniti il voto per posta riguarda decine di milioni di persone, e l'ufficio postale non ha mai avuto alcun ruolo nel decidere chi vota. In parallelo la FEMA, l'agenzia federale per le emergenze, condiziona uno dei suoi principali finanziamenti al passaggio alle schede cartacee e alla verifica dei registri elettorali attraverso uno strumento informatico federale.

Quinto strumento: il racconto

Il 16 luglio, in venticinque minuti in prima serata dalla East Room della Casa Bianca, Trump annuncia di aver desecretato documenti che rivelerebbero vulnerabilità gravissime nell'infrastruttura elettorale americana. Sostiene che la Cina abbia avuto accesso a 220 milioni di schedari elettorali, che le macchine per il voto siano attaccabili, che ci siano 270.000 non cittadini registrati, che in Michigan nel 2020 ci siano state frodi. Ordina al Dipartimento di Giustizia di perseguire i responsabili, e si ferma un passo prima di dire che i voti siano stati materialmente alterati.

I fact checking arrivano nel giro di poche ore e sono impietosi. Quei dati elettorali sono pubblicamente in vendita in trenta Stati più Washington, a prezzi che vanno da zero a 37.000 dollari in Alabama. I documenti desecretati dicono che l'attore cinese aveva scaricato materiale disponibile in commercio, con motivazioni che gli stessi documenti definiscono sconosciute, e dicono anche che nulla di tutto questo ha avuto a che fare con il voto effettivo — al contrario delle ingerenze russe, documentate e certificate a suo vantaggio.

Lo scenario del 3 gennaio

Quello che segue non è ancora successo, e va detto con precisione, perché è la differenza tra fare informazione e fare allarmismo. Non è un piano che qualcuno ha scritto. È un'ipotesi, costruita ragionando su dove il sistema si è scoperto.

L'ha messa per iscritto Jeffrey Toobin, giurista ed editorialista, in un articolo del 27 luglio. Toobin parte dalla domanda che gira da mesi tra i democratici — cosa può fare Trump dopo il voto — e la porta a Joe Morelle, deputato dello Stato di New York e capogruppo democratico nella commissione che sovrintende le elezioni federali, che su questo tema sta girando il paese con audizioni pubbliche.

Il primo scoglio sono le certificazioni. Dopo il voto ogni Stato deve certificare i risultati dei propri collegi, di norma tra la fine di novembre e i primi di dicembre. Dal 2020 più di trenta funzionari locali in sette Stati diversi si sono rifiutati di certificare risultati che non gradivano, quasi sempre invocando frodi mai dimostrate. La risposta di Morelle a un'eventuale ripetizione è semplice: si fa causa, e storicamente queste cause i democratici le vincono, con i ritardi e le incertezze che ogni contenzioso comporta.

Il secondo scoglio è più sottile, e ruota attorno a una figura di cui in Italia non ha mai sentito parlare nessuno e in America quasi nessuno. Si chiama Clerk, ed è il capo dell'amministrazione della Camera. Una legge federale gli assegna un compito che per due secoli è stato puramente meccanico: compilare l'elenco dei deputati neoeletti da far giurare. Copiare dei nomi da un certificato a una lista. Il Clerk in carica è considerato super partes, nominato nel 2023 dall'allora speaker Kevin McCarthy, e aveva già lavorato nello stesso ufficio sotto la presidenza di Nancy Pelosi.

Lo scenario è questo. Se i risultati dessero la maggioranza ai democratici, il presidente potrebbe dichiarare l'elezione fraudolenta e chiedere allo speaker Mike Johnson di licenziare il Clerk. Johnson può farlo da solo, senza chiedere il permesso a nessuno: è un suo potere. Un sostituto compiacente compilerebbe un elenco in cui, in alcuni collegi, compaiono deputati repubblicani al posto dei democratici che si ritengono vincitori. Non servirebbe annullare un'elezione né contestare una scheda: basterebbe scrivere dei nomi diversi su una lista, e lasciare che sia poi qualcun altro a doverlo contestare.

Morelle indica anche il contrappeso: per nominare un Clerk stabile serve un voto dell'aula, e con una maggioranza così sottile i deputati che non si ricandidano, e quindi non hanno più niente da temere, potrebbero non seguire.

Ma c'è un dettaglio temporale che rende tutto molto più fragile, ed è il cuore dell'articolo. Il Senato americano è quello che si chiama un organo continuo: esiste sempre, senza interruzioni. La Camera no. La Camera dei Rappresentanti cessa di esistere a mezzogiorno del 3 gennaio. In quel momento nessuno dei 435 deputati è più in carica, finché non viene giurato di nuovo. E il Clerk è uno dei pochissimi funzionari il cui incarico attraversa il passaggio: è lui che entra in aula con l'elenco in mano. Le persone su quell'elenco, che tecnicamente non sono ancora deputati, eleggono lo speaker. Lo speaker giura tutti gli altri. Solo a quel punto la Camera torna a esistere.

Se il 3 gennaio 2027 non ci fosse un Clerk riconosciuto, chi vota per lo speaker? Brian Kalt, professore di diritto alla Michigan State University ed esperto di procedure parlamentari, risponde che non lo sa nessuno, che si finirebbe per votare su chi ha diritto di votare, e che sarebbe un disastro. E i giudici difficilmente interverrebbero, perché esiste una dottrina consolidata, la political question doctrine, per cui i tribunali non entrano nel funzionamento interno delle altre istituzioni. Tradotto: la Camera se la sbriga da sola.

Toobin stesso definisce questo scenario un gioco di società macabro. Nessuno, per ora, ha trovato una lettera come quella di Jeffrey Clark del 2020. Ma i tentativi di manipolare l'elezione prima di perderla, quelli sì, sono certificati e documentati.

Cosa sta reggendo

Fin qui sembra il racconto di una discesa senza freni. Non lo è, e le ultime otto settimane vanno guardate con attenzione.

L'ordine esecutivo sul voto per posta è stato bloccato il 25 giugno dalla giudice Indira Talwani per i ventitré Stati che avevano fatto ricorso. Il primo luglio il giudice Emmet Sullivan lo ha bloccato su tutto il territorio nazionale, perché violava un accordo del 2021 con cui il servizio postale si era impegnato a proteggere il voto per corrispondenza fino al 2028. Il 25 luglio la Corte d'Appello ha confermato. Il SAVE Act è fermo al Senato da marzo. La Corte Suprema ha respinto il ricorso dei repubblicani californiani contro la Proposition 50 senza un solo voto contrario e senza motivazione — e in California a decidere erano stati gli elettori, chiamati a un referendum.

Ogni singolo strumento costruito in diciotto mesi ha incontrato un ostacolo. Il sistema, per ora, sta provando a reggere.

Poi però c'è il 27 luglio. Quel giorno il Dipartimento di Giustizia ha depositato un ricorso d'urgenza alla Corte Suprema per far cadere il blocco sull'ordine esecutivo, a novantanove giorni dal voto. E la Corte a cui si rivolge è la stessa che ad aprile ha svuotato il Voting Rights Act, e che per farlo in tempo utile ha saltato i trentadue giorni previsti dal proprio regolamento.

Illegale e legittimo

C'è una distinzione che tiene insieme tutta questa storia, ed è quella tra ciò che è illegale e ciò che è legittimo.

Il piano del 2020 era illegale, improvvisato e clandestino: certificati falsi, telefonate registrate di nascosto, lettere che i funzionari si passavano sperando che nessuno le leggesse fuori dalle loro stanze. È fallito, e sarebbe probabilmente fallito comunque, perché chiedeva a troppe persone di commettere consapevolmente un reato.

Quello che è stato costruito dopo non chiede a nessuno di commettere un reato. Chiede a un parlamento statale di ridisegnare dei collegi, cosa che può fare. A una corte di reinterpretare una legge, cosa che può fare. A un governatore di dichiarare un'emergenza, cosa che può fare. A uno speaker di licenziare un funzionario, cosa che può fare. Nessuno di questi atti, preso singolarmente, è impugnabile. Presi tutti insieme disegnano qualcosa di molto simile a ciò che nel 2020 si era tentato di ottenere infrangendo la legge.

E la dottrina della questione politica, l'ultimo tassello, dice una cosa che merita di essere pensata fino in fondo: che a un certo punto il diritto si ferma e dichiara che non è affare suo. Che in fondo alla procedura non c'è un'altra procedura a garantirla.

C'è una stanza con dentro delle persone. Nel 2020 in quella stanza c'era Mike Pence e disse no. C'era Brad Raffensperger e disse no. C'erano Jeffrey Rosen e Richard Donoghue e dissero no. Nessuno di loro ha più un ruolo nell'amministrazione americana.

La domanda vera per il 3 gennaio 2027 non è cosa proverà a fare Donald Trump: quello si sa già, perché è stato scritto, documentato e archiviato. È chi sarà seduto in quella stanza, con il potere di dire no.


Nota sulla fonte

Questo testo è la rielaborazione della puntata Trump sta Ri-Preparando il Golpe: Vi Spieghiamo Come — Guida alle Midterm 2026 del canale Mana & Mob (Simone e Federica), pubblicata l'11 agosto 2026, della durata di trentaquattro minuti. Fatti, cifre e ricostruzioni provengono interamente da lì: non sono stati verificati su fonti indipendenti, e i nomi propri sono stati ricostruiti a partire da una trascrizione automatica, quindi qualche grafia può essere imprecisa.

Una precisazione utile per chi guarda al tema dal punto di vista dell'affluenza. La tesi per cui il problema della democrazia non sia la politica ma l'astensionismo non trova conferma in questa ricostruzione, ed è anzi in tensione con essa: nessuno dei cinque strumenti descritti dipende da quante persone vanno a votare. Il gerrymandering funziona proprio perché la gente vota, e ne redistribuisce gli effetti; il SAVE Act agisce a monte dell'affluenza, filtrando chi può iscriversi; lo scenario del Clerk agisce a valle, dopo che i voti sono stati contati. È una critica alla tesi, non alla sua importanza: se ne può discutere, ma servono argomenti diversi da questi.

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