Una donna parcheggia lontano dalla pozza del fiume, per evitare i bambini. Mentre scende dall'auto le passa accanto una macchina con due ragazzi giovani, che poco dopo parcheggiano esattamente dietro di lei. Prende il sentiero verso un'ansa meno frequentata, sistema la sdraio in mezzo alla corrente, e quando finalmente si stende vede i due sbucare dalla vegetazione e piazzarsi a due metri. Restano lì a fare i cretini a voce alta. Lei rimane immobile per dieci minuti, rigida, senza muovere un muscolo, finché non arriva un gruppo di anziani che conosce di vista e a cui quel giorno si attacca con una loquacità che non aveva mai avuto. Nel frattempo i due se ne sono andati. Non è successo niente.
Questo racconto circola in mille varianti e viene di solito usato per dire una cosa sola: che le donne vivono in allerta. È vero. Ma il racconto contiene anche un secondo fatto, che sta nella stessa scena e che quasi nessuno estrae, perché per vederlo bisogna guardare dall'altro lato.
I due ragazzi, con ogni probabilità, non stavano facendo niente. La formulazione precisa però è un'altra: stavano attivamente non facendo. Un uomo adulto in presenza di una donna sola, in un luogo isolato, si trova in uno stato di regolazione, non di neutralità. Il comportamento civile maschile non coincide con l'assenza di impulso, coincide con impulso più freno, e il freno costa energia in modo continuo, silenzioso e per definizione invisibile a chi sta guardando dall'esterno.
Le due cose sono la stessa cosa vista dai due lati. La vigilanza di lei e il freno di loro sono generati dallo stesso meccanismo. Il motivo per cui le conversazioni su questo argomento vanno quasi sempre a sbattere è che ciascuno dei due lati sperimenta solo il proprio costo, lo trova ovvio, faticoso e ignorato, e conclude che l'altro non stia pagando niente.
Quello che segue non è una difesa di nessuno dei due lati e non è un elenco di torti. È il tentativo di descrivere un meccanismo: da dove viene la differenza media di pulsione sessuale, cosa dice davvero la letteratura e cosa non dice, perché il desiderio femminile è stato stigmatizzato per millenni e perché lo stigma sta crollando adesso, in che senso la rabbia femminile è insieme repressa e amplificata, quale sia la conquista linguistica che abbiamo fatto senza accorgercene, e come si trasmette tutto questo a chi viene dopo.
C'è anche una parte metodologica, che è forse la più importante, e sta in fondo. Su questo argomento circolano moltissime affermazioni che hanno l'aria del dato e sono invece consenso di opinione ripetuto abbastanza a lungo da sembrare misurato. Ne segnalo alcune, compresa una in cui io stesso ero cascato mentre scrivevo queste pagine. Ogni capitolo si chiude con i suoi riferimenti; alla fine c'è la bibliografia completa divisa per grado di affidabilità, perché la differenza tra una rassegna sperimentale e un framework teorico contestato non è un dettaglio accademico: cambia quanto ci si può appoggiare sopra.
Prima di entrare nel merito serve sgombrare un equivoco che avvelena la discussione ogni volta che si prova a farla, e che riguarda la differenza tra tre cose diverse: il merito, il costo e la consapevolezza.
Un uomo che non aggredisce nessuno non ha compiuto un'impresa. Non aggredire è il pavimento, non il traguardo, e sul pavimento non si assegnano medaglie. La richiesta di riconoscimento per il comportamento civile è mal posta in partenza, e quando viene formulata suona esattamente come suona: come se l'astensione dalla violenza fosse una concessione revocabile.
C'è anche una ragione pratica, ed è più brutale della ragione di principio. Dal punto di vista di chi ascolta, la frase "ti rendi conto di quanto mi trattengo?" e la frase "sto per smettere di trattenermi" hanno lo stesso suono. È l'argomento preferito da chi poi non si trattiene. Non è colpa di chi lo pronuncia in buona fede se il registro è stato bruciato, ma è bruciato, e usarlo significa perdere l'interlocutore alla seconda frase.
Il costo, però, è un'altra faccenda. Che il freno sia dovuto non lo rende gratuito. Un'operazione può essere obbligatoria e insieme dispendiosa, e negare che costi qualcosa non è progresso, è una descrizione sbagliata del funzionamento di un essere umano. Chi sostiene che la regolazione dell'impulso sessuale maschile non richieda energia sta dicendo qualcosa di empiricamente falso, e i ragazzi che crescono ascoltando questa versione si trovano davanti a due strade, entrambe rovinose: concludere di essere fatti male, oppure concludere che tutto il discorso sia ideologia e buttarlo via per intero. La seconda strada ha un nome e produce comunità intere.
Resta la consapevolezza, che è l'unica delle tre cose ragionevoli da chiedere. Non chiedere gratitudine, non chiedere sconti: chiedere che venga capito il funzionamento. La formulazione onesta suona più o meno così, e non è una rivendicazione ma una descrizione.
Non mi sto comportando spontaneamente, e non lo farò mai con chi non è d'accordo. Fa parte del vivere in una società civile e non ho intenzione di negoziarlo. Però non è indifferenza: è una cosa che tengo, e tenerla è un'operazione.
Detta così ha una simmetria precisa con il racconto del fiume. Entrambe le affermazioni dicono la stessa frase da due direzioni opposte: lo stato ordinario non è lo stato spontaneo, e mantenerlo costa. La calma di lei sulla sdraio non era calma, era vigilanza mantenuta. La normalità di loro a due metri non era assenza, era freno mantenuto. Nessuno dei due lo vedeva dell'altro.
Riferimenti del capitolo. Nessuna fonte esterna: il capitolo è impostazione del problema. Il racconto iniziale è una scena riferita, resa anonima e riportata per il suo valore illustrativo, non come dato.
La differenza media nell'intensità del desiderio sessuale tra uomini e donne è uno dei pochi risultati di quest'area che regge da decenni e che sopravvive al cambio di campione, di cultura e di metodo. La sintesi di riferimento è la rassegna di Roy Baumeister, Kathleen Catanese e Kathleen Vohs pubblicata nel 2001 su Personality and Social Psychology Review, che raccoglie e confronta le evidenze disponibili su una lista lunga di indicatori indipendenti tra loro.
Gli indicatori sono questi: frequenza dei pensieri sessuali spontanei, frequenza e varietà delle fantasie, frequenza desiderata dei rapporti, numero desiderato di partner, frequenza della masturbazione, disponibilità a rinunciare al sesso, chi prende l'iniziativa e chi rifiuta, quanto si è disposti a sacrificare per ottenerlo. La direzione è la stessa su tutti quanti, e questo è il punto metodologico che rende il risultato robusto: se una sola misura mostrasse la differenza si potrebbe sospettare un artefatto dello strumento, ma quando otto misure costruite in modi diversi convergono, l'ipotesi che sia un difetto di misurazione diventa costosa da sostenere.
Si tratta di una rassegna narrativa e non di una meta-analisi con procedure formali di aggregazione, e ha venticinque anni. Le conclusioni generali hanno tenuto, ma è il tipo di lavoro che va citato per quello che è.
Qui comincia la parte che viene sistematicamente saltata, e il salto è il motivo per cui questo risultato viene usato male tanto da un lato quanto dall'altro.
La prima cosa che il dato non dice è che esistano due popolazioni separate. La varianza dentro ciascun sesso è enorme, molto maggiore della distanza tra le due medie. Esistono donne con una pulsione ampiamente sopra la media maschile ed esistono uomini con un desiderio molto basso, e non sono casi patologici né rarità statistiche: sono le code normali di due distribuzioni che si sovrappongono per la maggior parte della loro estensione. Chiunque usi questa differenza per dedurre qualcosa su una persona specifica sta facendo un errore logico elementare, e lo sta facendo quasi sempre per costruire un permesso.
La seconda cosa riguarda la forma del desiderio, non solo la quantità. Nella clinica sessuologica si distingue tra desiderio spontaneo, che si accende da solo e poi cerca un contesto, e desiderio responsivo, che nasce dentro un contesto già presente di stimolo, sicurezza e intimità. Il modello, associato al lavoro di Rosemary Basson, sostiene che la seconda forma sia molto più comune di quanto i questionari costruiti sul modello spontaneo riuscissero a rilevare. Se è così, una parte della differenza misurata non è differenza di quantità ma di innesco, e gli strumenti tarati su una forma sottostimano l'altra. Questo non annulla il risultato: lo circoscrive.
La terza cosa è il problema del racconto di sé. Quasi tutte queste misure sono autodichiarate, e su un argomento dove le due popolazioni hanno incentivi sociali opposti — dichiarare più esperienza conviene agli uomini, dichiararne meno conviene alle donne — una parte del divario potrebbe essere prodotta dalla desiderabilità sociale. Esistono studi che provano ad aggirarla, per esempio facendo credere ai partecipanti di essere collegati a un rilevatore di menzogne, e in quelle condizioni una parte della differenza si riduce. Non tutta.
Restringere non significa cancellare. Anche dopo aver tolto la quota attribuibile al metodo, alla forma del desiderio e al racconto di sé, resta una differenza media reale, e la sua conseguenza sociale è quella che si vede sul greto del fiume.
Il sistema di allerta di una donna in un luogo isolato non è tarato su quei due ragazzi specifici, di cui non sa niente. È tarato su una base statistica, e la base statistica è vera. Chiamarla paranoia significa chiedere a qualcuno di ignorare una regolarità che esiste, il che è ciò che nessuno fa quando la regolarità riguarda la propria incolumità.
Il rovescio della stessa medaglia è che la fatica del freno maschile non è un'invenzione narcisistica. È l'altra conseguenza dello stesso fatto. Ed è per questo che i due discorsi, che vengono di solito fatti da persone diverse in stanze diverse e in tono ostile, sono lo stesso discorso.
Riferimenti del capitolo. Baumeister, Catanese e Vohs, Is There a Gender Difference in Strength of Sex Drive? Theoretical Views, Conceptual Distinctions, and a Review of Relevant Evidence, Personality and Social Psychology Review, 5(3), 2001, pp. 242-272. Sul desiderio responsivo, il modello clinico di Rosemary Basson: citato qui per completezza concettuale, senza che ne sia stata verificata in questa sede la letteratura primaria. Vedi la bibliografia finale.
C'è un modo molto diffuso di raccontare il rapporto tra pulsione e autocontrollo che suona ragionevole e produce conclusioni sbagliate. Dice così: l'evoluzione ha costruito nel maschio una spinta sessuale insistente, la civiltà è arrivata dopo e le ha messo sopra un coperchio, quindi il comportamento civile è cultura applicata a una natura che spingerebbe altrove.
Da questa immagine discendono due conclusioni opposte, entrambe cattive. La prima è assolutoria: se la spinta è natura e il freno è convenzione, allora chi cede sta seguendo la propria costituzione e la responsabilità si diluisce. La seconda è mortificante: se la mia natura profonda è quella cosa lì e tutto il resto è vernice, allora sono fatto di un materiale di cui devo vergognarmi. La prima produce alibi, la seconda produce ragazzi che si considerano mostri, e i ragazzi che si considerano mostri sono un ottimo bacino di reclutamento per chiunque venga a dirgli che il problema è la vernice.
L'immagine è sbagliata perché il freno non è arrivato dopo.
Gli esseri umani appartengono a una specie che vive in gruppi stabili, con memoria lunga delle reputazioni, alleanze che si costruiscono negli anni e una dipendenza quasi totale dell'individuo dal gruppo per sopravvivere e riprodursi. In una specie fatta così, il maschio che prendeva quello che voleva quando lo voleva non era il vincitore evolutivo: era l'individuo che veniva espulso dalla coalizione, che perdeva l'accesso alle alleanze maschili di cui aveva bisogno per cacciare e difendersi, e che di norma non lasciava discendenza. La capacità di rinviare, di leggere le disponibilità altrui, di calcolare le conseguenze reputazionali di un gesto e di rinunciare a un beneficio immediato per non compromettere una posizione futura è, in questa specie, un tratto adattivo tanto quanto l'impulso che quel tratto regola.
Il conflitto quindi non corre tra natura e cultura. Corre dentro la natura, tra due sistemi costruiti entrambi dalla selezione e non progettati per andare d'accordo. La sensazione soggettiva di sforzo — quel tenere — è la percezione interna di questo conflitto tra due parti proprie, non l'attrito tra un io autentico e una regola esterna.
La prima conseguenza è che l'appello alla natura smette di funzionare come difesa. "Sono fatto così" descrive correttamente l'impulso e omette che si è fatti così anche per l'altra metà. Non esiste un io profondo che vorrebbe e un io sociale che vieta: esistono due sistemi propri in disaccordo, e la scelta tra i due è la persona.
La seconda conseguenza è consolatoria, e va detta ad alta voce a chiunque abbia quindici anni e si stia interrogando su di sé. Sentire una pulsione non è un difetto morale. Non è un sintomo, non è un segnale di pericolosità, non richiede espiazione. È l'input di un sistema che ne ha anche un altro. La linea che separa l'accettabile dall'inaccettabile non passa tra chi desidera e chi non desidera; passa tra chi agisce senza un assenso e chi non lo fa. Tenere insieme queste due frasi — il desiderio è legittimo, agire senza consenso non lo è — è il lavoro educativo più importante che si possa fare su un maschio adolescente, e viene fatto molto meno spesso di quanto si creda, perché richiede di dire ad alta voce la prima metà.
Riferimenti del capitolo. Nessuna fonte primaria specifica. L'argomento è coerente con la letteratura sull'autocontrollo come adattamento alla vita di gruppo e sulla selezione reputazionale nelle specie sociali, ma è presentato qui come ricostruzione argomentativa e non come risultato sperimentale citabile. Segnalato come tale anche nella nota finale sulle fonti.
Che il desiderio sessuale femminile sia stato per millenni oggetto di sospetto, sorveglianza e punizione è un fatto storico documentato abbondantemente. La domanda interessante non è se sia successo, ma a cosa servisse, perché uno stigma tanto diffuso e tanto costoso da mantenere raramente è un capriccio morale. Di solito è al servizio di qualcosa.
Fino a ieri, in senso quasi letterale, un uomo che investiva vent'anni di risorse nell'allevamento di un figlio faceva una scommessa che non poteva verificare. La contraccezione affidabile arriva negli anni Sessanta del Novecento, il test di paternità sul DNA negli anni Ottanta. Prima di allora la madre sapeva sempre che il figlio era suo, il padre no, e non esisteva alcun modo di accertarlo.
Questa asimmetria è il punto di innesco di tutto l'apparato successivo. Margo Wilson e Martin Daly hanno costruito attorno a essa il concetto di proprietarietà sessuale maschile: un insieme di disposizioni — gelosia, sorveglianza del partner, ostilità verso i rivali, controllo dei movimenti — che si comprendono come risposta al problema dell'incertezza di paternità e che sono tra i predittori più costanti della violenza dell'uomo sulla compagna, dalla forma quotidiana fino all'omicidio.
Su questo strato biologico si è poi appoggiata una struttura economica, ed è la struttura a fare il lavoro pesante. Dove la ricchezza è terra e la terra si trasmette al figlio maschio, la certezza della discendenza smette di essere un'ansia privata e diventa una questione patrimoniale. Le questioni patrimoniali producono istituzioni: verginità come requisito contrattuale al matrimonio, fedeltà sanzionata in modo asimmetrico, clausura, velo, sorveglianza della vedova, controllo del lutto e del riposarsi. Le istituzioni, dopo qualche generazione, si presentano come morale. Nessuno le sperimenta più come regole di trasmissione della proprietà: le sperimenta come decenza.
Nel 2004 Baumeister e Vohs hanno proposto una lettura più radicale, che ha avuto molta fortuna e molti attacchi. La chiamano economia sessuale, e descrive il mercato eterosessuale come uno scambio in cui il sesso è trattato come una risorsa che un lato fornisce e l'altro cerca, ottenendola in cambio di altre risorse: attenzione, impegno, protezione, status, denaro. Da qui deriva una previsione: la società attribuirà valore alla sessualità femminile e non a quella maschile, e comparirà tutto il vocabolario del prezzo — verginità, castità, fedeltà, reputazione — su un lato solo.
Il modello produce una conseguenza controintuitiva che è la ragione per cui viene citato tanto spesso: se il sesso è una risorsa che un gruppo fornisce, quel gruppo ha un interesse collettivo a tenerne alto il prezzo, e chi lo fornisce a basso costo danneggia le altre. Da qui la previsione che il controllo più duro sulla sessualità femminile venga esercitato da donne su altre donne. Il che, in effetti, è ciò che si osserva.
Il dato sperimentale c'è. Tracy Vaillancourt e Aanchal Sharma hanno mostrato in laboratorio che gruppi di donne reagiscono con aggressività indiretta e con disprezzo alla comparsa di una coetanea vestita in modo sessualmente saliente, mentre la stessa persona in abbigliamento sobrio non produce la stessa reazione.
Va però detto con altrettanta chiarezza che la teoria dell'economia sessuale è un quadro interpretativo e non un risultato di misura. Le critiche sono pesanti e non frivole: descrive una configurazione culturale specifica, occidentale, eterosessuale e novecentesca, come se fosse una legge di mercato universale; assume che le donne siano fornitrici per definizione anziché soggetti del desiderio; e ricava la struttura dei comportamenti da un'analogia economica scelta in partenza. È una lente che spiega bene alcune cose e forza le altre.
Il colpo più interessante al modello del cartello non viene dalla critica ideologica ma da un'etnografia. Elizabeth Armstrong e i suoi coautori hanno seguito per anni una coorte di studentesse universitarie e hanno guardato da vicino chi usa la parola "troia", contro chi, e con quale effetto.
Il risultato non assomiglia a un cartello che tiene alto il prezzo per tutte. Assomiglia a un confine di classe. Le studentesse di status alto usano il discorso sulla promiscuità per marcare una distinzione tra sé e le altre — raffinate contro volgari — e nel farlo si costruiscono uno spazio in cui la loro stessa sperimentazione sessuale diventa possibile e leggera, perché è protetta dal codice sociale a cui appartengono. Le studentesse di status basso, quando tentano di entrare negli stessi ambienti, vengono esposte alla vergogna pubblica per gli stessi comportamenti. Lo stigma, in questa lettura, non limita la libertà sessuale di chi lo impugna: gliela procura, a spese di qualcun'altra.
Le tre spiegazioni non collassano in una. La prima è biologica ed economica, la seconda è di mercato, la terza è di classe. Quello che sopravvive a tutte e tre è la conclusione minima e più solida: lo stigma sul desiderio femminile serve a qualcuno, ha sempre servito a qualcuno, e non è mai stato morale.
Se lo stigma fosse davvero un principio etico, non ci sarebbe motivo per cui debba indebolirsi proprio adesso. Invece si sta sgretolando, e si sta sgretolando esattamente dove sono cadute le sue precondizioni materiali: contraccezione affidabile, paternità verificabile, indipendenza economica femminile, ricchezza che non passa più per la terra ereditata.
Tre generazioni e la morale cambia forma. È il tipo di comportamento che si osserva nelle strutture funzionali, non nei principi. Chi oggi difende quello stigma sta difendendo l'impalcatura di un edificio che è stato smontato, e quasi sempre in perfetta buona fede, perché il modo in cui una struttura economica si presenta ai suoi abitanti è sempre come senso del pudore.
Riferimenti del capitolo. Wilson e Daly, Male Sexual Proprietariness and Violence Against Wives, Current Directions in Psychological Science, 5, 1996, pp. 2-7, e The Man Who Mistook His Wife for a Chattel, 1992. Baumeister e Vohs, Sexual Economics: Sex as Female Resource for Social Exchange in Heterosexual Interactions, Personality and Social Psychology Review, 8, 2004, pp. 339-363. Vaillancourt e Sharma, Intolerance of Sexy Peers: Intrasexual Competition Among Women, Aggressive Behavior, 37(6), 2011, pp. 569-577. Armstrong, Hamilton, Armstrong e Seeley, Good Girls: Gender, Social Class, and Slut Discourse on Campus, Social Psychology Quarterly, 77(2), 2014, pp. 100-122. Link nella bibliografia finale.
Dire che la rabbia femminile è repressa provoca di solito un'obiezione immediata e sensata: oggi la rabbia delle donne ha megafoni, piazze, prime pagine e interi settori editoriali. Chi la formula non sta mentendo. Chi sostiene il contrario neanche. Stanno guardando due registri diversi.
La rabbia rivolta a una categoria, a un sistema, a una condizione generale gode oggi di legittimità e di circolazione. Si può scrivere, pubblicare, gridare in un corteo, portare in televisione. È rumorosa per costruzione, perché il suo scopo è essere sentita, e siccome è la forma più visibile, chi osserva dall'esterno conclude che di rabbia se ne possa esprimere quanta se ne vuole.
La rabbia rivolta a una persona presente, in un luogo concreto, in quel momento, funziona in modo opposto. La donna del racconto iniziale non ha detto ai due ragazzi di spostarsi. Non lo ha fatto per timidezza: lo ha fatto perché il calcolo del rischio di quel gesto lo sconsigliava. Rimproverare uno sconosciuto più forte di te, in un luogo isolato da cui non puoi andartene rapidamente, è un'azione con un profilo di rischio che chi non lo corre non vede.
Questa rabbia non viene espressa quasi mai. Viene ingoiata e convertita in altro: in calcolo delle vie d'uscita, in cortesia strategica, in conversazione forzata con i primi passanti che si conoscono di vista. Chi la vive dall'interno la sperimenta come costante, ed è per questo che alla frase "potete dire tutto quello che volete" reagisce come a una presa in giro.
I due registri non comunicano. Chi vede solo il primo pensa che il secondo sia un'esagerazione retorica; chi vive solo il secondo pensa che il primo non esista. È metà del rumore di questi dibattiti.
Esiste poi una componente che non dipende dal coraggio di chi si arrabbia ma dall'occhio di chi guarda, ed è stata misurata con precisione. Victoria Brescoll ed Eric Uhlmann, in una serie di studi pubblicati nel 2008, hanno presentato a valutatori la registrazione di un professionista che manifesta rabbia in un contesto di lavoro, variando soltanto il sesso della persona.
L'uomo che si arrabbia ottiene più status di quanto ne otterrebbe mostrando tristezza: la rabbia lo fa sembrare competente e coinvolto. La donna che si arrabbia ne ottiene meno, a parità di comportamento, e il calo si verifica sia con valutatori uomini sia con valutatrici donne. Vale per una tirocinante e vale per un amministratore delegato: il grado gerarchico non protegge.
Il meccanismo emerso è il dettaglio decisivo. La rabbia dell'uomo viene attribuita alle circostanze — c'è una situazione che la giustifica — mentre quella della donna viene attribuita al carattere: è una persona irascibile, non ha controllo. Non è una minore tolleranza verso l'emozione in sé, è una differenza nel modo in cui la causa viene assegnata.
E quando ai valutatori veniva fornita esplicitamente una spiegazione esterna della rabbia, il divario spariva.
Un pregiudizio che vive nell'attribuzione si smonta fornendo l'attribuzione. È una delle poche cose in tutto questo terreno che si possano correggere con un gesto piccolo e ripetibile.
La conseguenza pratica è concreta e vale in una riunione come a tavola: dire ad alta voce perché una persona è arrabbiata, prima che lo faccia lei, cancella buona parte dello sconto che verrebbe applicato alla sua reazione. Costa una frase.
Riferimenti del capitolo. Brescoll e Uhlmann, Can an Angry Woman Get Ahead? Status Conferral, Gender, and Expression of Emotion in the Workplace, Psychological Science, 19, 2008, pp. 268-275. Si tratta di studi su vignette e scenari, condotti negli Stati Uniti in un unico laboratorio: il risultato è netto e molto citato, ma va tenuto presente il disegno. La distinzione tra registro collettivo e registro situato è mia e non deriva da questa letteratura.
C'è una tesi comune sull'Ottocento e sul pudore borghese: che il corpo fosse innominabile, che il silenzio proteggesse gli abusi, e che il vocabolario infantile fatto di parole di fantasia sia l'eredità diretta di quel silenzio. La tesi è attraente e va corretta in almeno due punti, e correggendola si arriva a qualcosa di più solido di quello da cui si era partiti.
Il regime del pudore linguistico che si ha in mente quando si dice "una volta non se ne parlava" è recente e marcato per classe. Nasce con la borghesia urbana ottocentesca. Nello stesso paese e negli stessi decenni, la cultura contadina disponeva di un lessico corporeo e sessuale esplicito, spesso osceno, ampiamente presente in proverbi, canti, insulti e forme rituali di derisione. Erano due regimi linguistici opposti che convivevano, e in nessuno dei due la violenza sessuale e l'abuso sui minori erano rari. La lingua, da sola, non era la leva.
Michel Foucault ha dedicato il primo volume della sua storia della sessualità a smontare quella che chiama l'ipotesi repressiva, cioè l'idea che l'Ottocento abbia semplicemente zittito il sesso. La sua tesi è opposta: quel secolo ha prodotto sul sesso una quantità di discorso senza precedenti. Discorso medico, giuridico, psichiatrico, pedagogico, confessionale. Ha classificato, catalogato, definito perversioni, costruito tassonomie, moltiplicato le occasioni in cui del sesso si doveva parlare a qualcuno che prendeva appunti.
Il che, in apparenza, indebolisce l'argomento. In realtà lo sposta nel punto giusto.
Le parole c'erano. Erano tutte di qualcun altro.
Una donna che volesse parlare del proprio corpo aveva a disposizione due registri e nessuno dei due le apparteneva. C'era il registro clinico, che era la lingua del medico, e il medico era un uomo che ti esaminava dall'alto di un'autorità; parlare di sé in quella lingua significava descriversi come un caso. E c'era il registro osceno, che era la lingua della strada e dell'uomo che ti nominava per usarti. In mezzo, dove dovrebbe stare la lingua ordinaria con cui si dice a un'amica che c'è qualcosa che non va, o al proprio compagno che una cosa fa male, non c'era niente.
Un pezzo di sé che non si può nominare con voce propria è un pezzo che non si può rivendicare, né difendere, né dichiarare dolente.
Le conseguenze sono materiali e documentabili. Diagnosi tardive per patologie ginecologiche di cui non si riusciva a riferire la sede. Dolore cronico non nominato per anni. Violenza subita dentro il matrimonio senza una formulazione disponibile per dirla, e senza una categoria giuridica che la accogliesse. La mancanza di un registro neutro non era un fatto di galateo: era una condizione di impotenza.
Che oggi un genitore possa dire "vulva" a una bambina di otto anni con la stessa voce con cui le chiede se si è lavata i denti è una novità storica che non ha una data, non ha una legge e non ha un anniversario. È la restituzione di un registro che per un tempo lunghissimo non era disponibile, e la sua durata va misurata in millenni e non in secoli, perché il pudore borghese ottocentesco è solo l'ultima verniciatura di un regime di proprietà che è vecchio quanto l'eredità patrilineare.
Circola dovunque un'affermazione dall'aria scientifica: insegnare ai bambini i nomi anatomici corretti li protegge dall'abuso sessuale, perché i predatori evitano i bambini che sanno nominare le parti del corpo e perché chi conosce le parole giuste riesce a raccontare prima quello che è successo.
Risalendo alle fonti, la base empirica è sottile. Si trova un aneddoto degli anni Novanta relativo a dichiarazioni di autori di reato, e non si trovano studi controllati che abbiano misurato l'effetto sulla capacità di riferire. Analisi critiche della letteratura arrivano a dire che la ricerca a sostegno di quella affermazione, semplicemente, non è mai stata fatta. È consenso di divulgazione preventiva ripetuto abbastanza a lungo da avere assunto la forma di un dato.
La conclusione pratica resta valida, ma per ragioni che stanno in piedi da sole e vanno tenute distinte da una prova che non c'è. La prima è la precisione: sapere dire dove fa male o dove si è stati toccati serve al medico, all'insegnante, all'avvocato. La seconda è quella di questo capitolo: avere un registro neutro disponibile e non solo quello infantile e quello osceno. La terza è che una frase già pronta nella testa è più facile da pronunciare in un momento difficile, quando non si costruisce niente da zero.
Il vezzeggiativo affettuoso non è il problema. I bambini hanno un registro diminutivo per tutto il corpo, e usarlo per i genitali insieme al nome corretto non toglie niente. Quello che conta non è il lessico ma il tono: se la domanda sull'igiene viene fatta con la stessa voce delle altre domande sull'igiene, non si sta trasmettendo alcuna vergogna. Il danno lo produce l'abbassamento di voce, cioè il segnale che quella zona ha uno statuto speciale — e ciò che ha uno statuto speciale è più difficile da raccontare.
Riferimenti del capitolo. Michel Foucault, La volontà di sapere. Storia della sessualità 1, 1976. Norbert Elias, Il processo di civilizzazione, 1939. Sulla questione dei nomi anatomici, il quadro delle affermazioni correnti e del loro fondamento è discusso nella rassegna citata in bibliografia; la tesi sulla proprietà del registro linguistico è una sintesi mia e non è ripresa da Foucault, che argomenta su un altro piano.
Le trasformazioni descritte nei capitoli precedenti hanno in Italia una cronologia legale precisa, ed è utile guardarla tutta insieme perché produce un effetto che nessuna delle singole date produce da sola. Non stiamo parlando di secoli remoti: chi è nato negli anni Sessanta ha visto accadere ogni cosa di questo elenco durante la propria vita adulta.
Il 26 dicembre 1965, ad Alcamo, in provincia di Trapani, Franca Viola, diciassette anni, viene rapita da Filippo Melodia insieme a dodici complici. Resta nelle loro mani otto giorni, segregata e violentata. Al ritorno rifiuta pubblicamente il matrimonio riparatore, cioè lo strumento previsto dall'articolo 544 del codice penale che, celebrando le nozze tra l'autore della violenza e la vittima, estingueva il reato.
È la prima donna italiana a rifiutarlo apertamente e a portare l'aggressore in tribunale. Il processo si celebra a Trapani nel dicembre 1966 e si chiude con undici anni a Melodia, con il costume sociale considerato circostanza attenuante, e cinque anni e due mesi ciascuno per i complici.
Conviene fermarsi sul meccanismo, perché è la chiave dei capitoli precedenti. Il matrimonio riparatore non era un'anomalia di un codice mal scritto: era la soluzione coerente di un sistema in cui il danno del reato non colpiva la persona offesa ma il valore contrattuale della sua famiglia. Se il bene danneggiato è la commerciabilità matrimoniale della figlia, allora sposarla ripara davvero il danno, dal punto di vista dell'unico soggetto che il diritto considerava leso. Ed è per questo che il costo della denuncia ricadeva sulla vittima e non sull'autore: lo scandalo rovinava la reputazione della famiglia offesa. Il silenzio non era omertà. Era il calcolo economico razionale di genitori che ragionavano dentro un sistema in cui quella era l'unica mossa sensata, ed è agghiacciante proprio per questo.
1968. Con la sentenza numero 126 la Corte costituzionale dichiara illegittimo l'articolo 559 del codice penale, che puniva l'adulterio della moglie e non quello del marito. L'anno dopo, con la sentenza 147 del 1969, cade anche la parte relativa al concubinato. Fino a quel momento la fedeltà era un obbligo giuridico asimmetrico, penalmente sanzionato su un lato solo.
1970. La legge 898 introduce il divorzio, confermato dal referendum del 1974.
1975. La legge 151 riforma il diritto di famiglia. Cade la potestà maritale, marito e moglie diventano giuridicamente pari, la dote viene abolita, i figli nati fuori dal matrimonio ottengono tutela.
1976. Con la sentenza numero 12855 del 16 febbraio la Corte di cassazione riconosce che il coniuge che costringe l'altro a subire atti sessuali con violenza o minaccia risponde di violenza carnale. Prima di quella pronuncia, il marito che si limitasse ad atti considerati naturali rispondeva al massimo di lesioni, percosse o minaccia: l'esistenza del vincolo matrimoniale copriva il resto. È la data in cui, in Italia, il consenso entra dentro il matrimonio.
1978. La legge 194 disciplina l'interruzione volontaria della gravidanza.
1981. La legge 442 del 5 agosto abroga tre articoli del codice penale: il 587, che riduceva drasticamente la pena per chi uccidesse la moglie, la figlia o la sorella per causa d'onore; il 544, il matrimonio riparatore; il 592, l'abbandono di neonato per causa d'onore. L'ultima norma che Franca Viola aveva sfidato cade sedici anni dopo il suo rifiuto.
1996. La legge 66 sposta la violenza sessuale dai delitti contro la moralità pubblica e il buon costume ai delitti contro la persona. Fino a quell'anno, formalmente, il bene giuridico offeso da uno stupro non era la vittima: era il decoro collettivo.
Ventotto anni separano la prima data dall'ultima, e trentuno dal caso che le apre. Un arco che sta dentro una carriera lavorativa. La collocazione della violenza sessuale tra i reati contro la persona ha meno di trent'anni, e in Italia esistono nonni che erano già adulti quando uccidere una figlia per onore comportava una pena ridotta per legge.
Questo dà la misura di due cose insieme. La prima è quanto sia recente il terreno su cui oggi si discute. La seconda è che l'impalcatura descritta nel capitolo quarto, la sessualità femminile come valore patrimoniale della famiglia, non è antropologia di popoli lontani: era il diritto positivo italiano, in vigore, entro la memoria di persone vive.
Riferimenti del capitolo. Corte costituzionale, sentenze 126/1968 e 147/1969. Legge 898/1970. Legge 151/1975. Cassazione penale, 16 febbraio 1976, n. 12855, nota come sentenza Macario. Legge 194/1978. Legge 442 del 5 agosto 1981. Legge 66/1996. Sul caso Viola, ricostruzioni concordanti su data del rapimento, età, numero dei complici, sede e anno del processo ed entità delle condanne. Link nella bibliografia finale.
Tutto quello che precede può essere vero e restare inutilizzabile, perché su questo argomento il contenuto di una frase e il suo effetto sono due cose che viaggiano separate. La stessa informazione, detta nei due versi possibili, apre una conversazione o la chiude.
La versione che parte da sé suona così: mi trattengo continuamente, mi costa, e vorrei che venisse capito. Fallisce per quattro ragioni cumulative, e nessuna delle quattro riguarda la verità di quello che si dice.
La prima è che chiede credito sul pavimento, e sul pavimento non si assegna credito. La seconda è che l'ascoltatore non ha modo di verificare l'affermazione: gli viene chiesto di prendere per buona la descrizione di uno stato interno altrui, in un ambito in cui ha imparato a essere prudente. La terza è che l'informazione non è azionabile: anche accettandola per intero, chi ascolta non ha niente da farci. La quarta è la peggiore ed è già stata detta: quel registro è indistinguibile da una minaccia velata, perché è precisamente quello che usa chi poi non si trattiene.
La stessa identica affermazione, con lo stesso costo dichiarato, cambia natura se il baricentro si sposta sull'altro.
La tua paura non è paranoia, e te lo dico da dentro. Quello che vedi come due tizi che non stanno facendo niente è, mediamente, gente che sta attivamente non facendo. Il comportamento civile maschile non è assenza di pulsione, è pulsione tenuta. Lo so perché la tengo. Il che vuol dire che il tuo sistema d'allarme non è tarato male: è tarato su una cosa che esiste davvero.
Il costo del freno è dichiarato per intero, e non è stato chiesto niente in cambio. La comprensione, se arriva, arriva come effetto secondario, che è l'unico modo in cui si ottiene su questo terreno. Detta nel primo verso, quella frase è una richiesta. Detta nel secondo, è una testimonianza, e una testimonianza contro il proprio interesse retorico è la forma di argomento più difficile da respingere.
Resta un punto che trasforma la consapevolezza in qualcosa di operativo, e riguarda l'ambiguità.
Se il freno è continuo e costoso, la parte più cara è l'interpretazione, non la rinuncia in sé. Dover dedurre da segnali indiretti, gestire l'incertezza, decidere sulla base di indizi che possono voler dire tutto e il contrario. Ne segue che qualunque cosa riduca l'ambiguità riduce il carico, e conviene per primo a chi frena. Le norme di consenso esplicite scaricano la parte più costosa dell'operazione, invece di aggiungere un fastidio burocratico. Non dover interpretare è un sollievo.
Chi presenta la richiesta di chiarezza come una gabbia sta difendendo il proprio diritto di restare nel dubbio, e il diritto di restare nel dubbio è utile a una cosa sola: poter sostenere in seguito di non avere capito.
Riferimenti del capitolo. Nessuna fonte esterna. È analisi argomentativa e retorica, presentata come tale.
Chi si occupa di prevenzione ripete da anni: il consenso non si insegna parlando di sesso. Quando arriva quel discorso, verso i tredici o quattordici anni, la struttura o è già stata costruita oppure non ci sarà. Si costruisce molto prima, su corpi vestiti, in situazioni che con la sessualità non hanno niente a che vedere. Il sesso è l'ultimo capitolo di un libro già scritto.
Quello che segue descrive quali abitudini quotidiane insegnano che cosa, con il ragionamento sotto, perché un genitore possa deciderne l'applicazione da sé.
La prima lezione arriva molto presto e passa quasi sempre inosservata, perché ha la forma della buona educazione. Obbligare un bambino a baciare o abbracciare un parente insegna, in modo compatto e ripetuto, che il suo rifiuto sul proprio corpo è negoziabile quando c'è di mezzo un adulto affettuoso e un'aspettativa sociale. È la configurazione dentro cui avvengono la maggior parte degli abusi: qualcuno di conosciuto, in un contesto di affetto, con una pressione a non fare scenate. Esiste un'alternativa che non offende nessuno e consiste nell'offrire una scelta reale tra opzioni tutte accettabili: un bacio, una stretta di mano, un saluto da lontano. Cambia poco per l'adulto e cambia tutto per il bambino, che sperimenta di avere voce in capitolo.
La seconda lezione passa dal gioco fisico, ed è il laboratorio migliore che esista. Le lotte, il solletico, il portare in spalla: se la parola con cui si chiede di smettere ferma sempre tutto, immediatamente, anche quando il bambino sta ridendo, anche quando è evidente che si sta divertendo, allora si stanno insegnando due cose nello stesso gesto. Che ci si ferma quando l'altro lo chiede, e che chiedere funziona. Un bambino che ha detto mille volte basta e mille volte ha visto tutto fermarsi impara nel corpo, prima che nella testa, che la sua parola ha effetto. Se invece impara che la sua richiesta viene onorata solo quando l'adulto ha voglia di onorarla, ha appena ricevuto il modello che si porterà dietro a diciassette anni, da tutti e due i lati.
La terza lezione riguarda i segreti, e conviene tenerla semplice perché deve funzionare sotto pressione. Una sorpresa si rivela dopo: il regalo, la festa, la cosa preparata di nascosto. Un segreto si tiene per sempre. Tra un adulto e un bambino non esistono segreti che si tengono per sempre, e se un grande ne chiede uno, quella richiesta è precisamente ciò che va riferito. Non serve spiegare perché, serve che la regola sia netta e senza eccezioni, perché le eccezioni sono la porta da cui si entra.
Il consenso nella vita adulta è per una piccola parte fatto di parole e per la maggior parte di espressioni, esitazioni, irrigidimenti, silenzi che cambiano qualità. È una competenza percettiva, e come tutte le competenze percettive si allena o non si ha.
Si allena con domande banali dette al momento giusto. Guarda tuo fratello, secondo te si sta ancora divertendo. Ha detto di sì, ma con che faccia lo ha detto. Ti sembra che voglia continuare o che stia aspettando che smetti. Sono domande che costano cinque secondi e costruiscono precisamente la capacità che manca a chi, anni dopo, dirà di non aver capito perché nessuno gli aveva detto di no in modo esplicito. Quella competenza non la insegna la scuola e non la insegna nessun corso: si trasmette per allenamento occasionale e ripetuto.
Insieme a questa va l'idea che si possa cambiare idea a metà. Avevi accettato di giocare, adesso non ti va più, si smette. Non è un tradimento, non fa di te una persona inaffidabile, non richiede giustificazioni. Se questo è ovvio a otto anni su una partita a pallone, a diciotto sarà ovvio su cose diverse, e non ci sarà bisogno di spiegarlo in un momento in cui spiegare è difficile.
C'è una cosa che ai ragazzi va detta esplicitamente, e viene detta molto di rado perché richiede di pronunciare ad alta voce una frase che sembra pericolosa. La frase è che desiderare non è sbagliato. Quello che è sbagliato è agire senza un assenso. Sono due affermazioni separate e vanno tenute separate, perché se si trasmette solo la seconda si consegna a un quindicenne l'idea che ciò che sente dentro sia già una colpa.
Un ragazzo che sente la pulsione e ha ricevuto solo il messaggio che il desiderio maschile è di per sé una minaccia ha due uscite, entrambe rovinose. Può concludere di essere fatto male e portarsi dietro una vergogna che non serve a nessuno e che, tra l'altro, rende più difficile parlare. Oppure può concludere che l'intero discorso sia una costruzione ideologica e buttarlo via per intero, freno compreso, e da lì la strada verso ambienti che gli spiegheranno che il problema sono le donne è breve e ben segnalata.
La terza uscita è quella descritta nel capitolo terzo. Il freno è normale, ce l'hanno tutti, è manutenzione ordinaria e non è il sintomo di un difetto personale. Dire questo a un adolescente che si sta interrogando su di sé costa una conversazione e vale molto.
Va aggiunta la parte scomoda, e va aggiunta senza colpevolizzare. Quando cammina dietro una donna la sera, lei ha paura. Non è colpa sua, non deriva da niente che abbia fatto, ma è il campo in cui gioca e ignorarlo non lo cambia. Non si risolve indignandosi: si risolve con gesti minimi e dignitosi che chiunque può imparare. Cambiare marciapiede, non accelerare il passo alle spalle di qualcuno, tenere le mani visibili, evitare di attaccare discorso in un luogo da cui l'altra persona non può allontanarsi facilmente. Non è umiliarsi, e non è ammettere una colpa. È competenza sociale, dello stesso genere di quella che porta ad abbassare la voce in un ospedale.
Lo stigma descritto nel capitolo quarto non si trasmette attraverso proclami pubblici. Si trasmette tra pari e dentro le case, e il momento in cui una ragazzina di dodici anni dice di una compagna che è una troia è il momento in cui si può fare il lavoro vero, a patto di non sprecarlo con una predica.
Una domanda funziona meglio di un discorso: a chi conviene che voi vi chiamiate così tra di voi. Far vedere il meccanismo dall'interno, mostrare che quel vocabolario serve a qualcuno e che chi lo usa sta lavorando per una struttura che poi si rivolterà anche contro di lei, a dodici anni è un'operazione che dura tutta la vita. È l'equivalente di una vaccinazione, e come le vaccinazioni funziona molto meglio prima dell'esposizione.
Il rovescio riguarda il soggetto. La trappola dell'educazione sessuale tradizionale delle ragazze non è stata soltanto insegnare a non volere; è stata insegnare che il proprio volere è irrilevante e che l'unica competenza richiesta consiste nel gestire il desiderio altrui, concedendo o negando. È un modo elegante di togliere il soggetto dalla frase. Ricostruirlo significa dire chiaramente che il desiderio è loro, che non è una merce da scambiare con affetto, attenzione o appartenenza, e che è una cosa di cui si è titolari e non custodi.
Educare le figlie alla prudenza e i figli a niente. È così che l'asimmetria si riproduce identica di generazione in generazione: a una parte il carico della vigilanza, all'altra nessun carico e nessuna consapevolezza. Il discorso sulla sicurezza fatto alle ragazze è utile e va fatto; se però non ha un corrispettivo rivolto ai ragazzi lo stesso giorno, quello che si sta insegnando è che la gestione del rischio spetta a chi lo subisce. La simmetria richiesta non è di contenuto, perché i due discorsi sono diversi. È di attenzione.
Nessuna conversazione compete con quindici anni di osservazione. Quello che i figli vedono tra gli adulti che vivono con loro vale la maggior parte del risultato: un no detto senza dramma e accolto senza musi lunghi, un dissenso negoziato a voce alta e ricomposto, una richiesta formulata invece che pretesa, una stanchezza dichiarata e rispettata. Le conversazioni che si faranno più avanti valgono nella misura in cui confermano quello che è già stato visto. Se lo contraddicono, vincono gli occhi.
Di tutte le regole possibili per gli anni difficili, ce n'è una che vale più delle altre messe insieme, ed è il patto del rientro. Vengo a prenderti ovunque, a qualsiasi ora, senza domande quella notte e senza punizioni. Sempre.
I ragazzi faranno sciocchezze comunque. Quello che rovina le vite è che non le raccontino. E non le raccontano se il prezzo del racconto è l'esplosione. Un canale aperto vale più di qualunque divieto, perché i divieti si aggirano e il canale, se regge, è quello che permette di intervenire quando serve davvero.
Il terreno si è spostato. L'abuso contemporaneo non ha bisogno del silenzio sul corpo di cui parlava il capitolo sesto: ha bisogno dell'isolamento del canale. Una chat, un gioco online, un messaggio privato, una relazione costruita pazientemente in uno spazio a cui nessun adulto ha accesso. Lo schema è identico a quello di sempre, cioè un rapporto con un asse di segretezza, ma l'oggetto del segreto è cambiato: non riguarda più le parole del corpo, riguarda l'esistenza stessa della conversazione.
La regola sui segreti va estesa, con la stessa formulazione netta di quando erano piccoli. Nessun adulto e nessuno più grande di te ti chiede di non dire che vi parlate. Se lo chiede, quello è il motivo per dirlo.
Riferimenti del capitolo. Il capitolo raccoglie pratiche correnti nella prevenzione e nella pedagogia del consenso, ricomposte con il ragionamento dei capitoli precedenti. Non va letto come sintesi di letteratura sperimentale: sulle singole pratiche l'evidenza controllata è scarsa, come discusso nel capitolo sesto a proposito del vocabolario anatomico e nella nota finale sulle fonti.
Su questo argomento circolano molte affermazioni che hanno l'aria del dato accertato e sono invece qualcos'altro: quadri teorici contestati, consensi di divulgazione, ragionamenti plausibili mai misurati. Distinguerli cambia quanto ci si può appoggiare sopra, e cambia cosa si può dire a qualcuno che chiede su cosa ci si basa.
Le affermazioni contenute in questo testo appartengono a tre categorie, e sono state segnalate come tali capitolo per capitolo.
La differenza media nell'intensità del desiderio, il funzionamento del pregiudizio sulla rabbia femminile, l'aggressività intrasessuale verso coetanee sessualmente salienti, il legame tra proprietarietà sessuale maschile e violenza sul partner, il discorso sulla promiscuità come confine di classe. Sono risultati pubblicati su riviste con revisione tra pari, ottenuti con metodi dichiarati e replicabili. Ciascuno ha i suoi limiti — una rassegna narrativa non è una meta-analisi, uno studio su vignette non è un'osservazione sul campo, un'etnografia su un campus americano non è una legge universale — e i limiti sono indicati nei riferimenti dei rispettivi capitoli.
Nel primo livello rientrano anche le date della cronologia italiana, che sono verificabili nei testi normativi e nelle raccolte di giurisprudenza.
La teoria dell'economia sessuale appartiene a questa categoria. È una lente potente, molto citata, che organizza bene un insieme di osservazioni altrimenti sparse, e che è stata attaccata in modo serio per il suo assumere in partenza ciò che dovrebbe dimostrare. Va usata come strumento di lettura e non come prova, e chi la cita dovrebbe citare anche le sue correzioni, a partire dal lavoro sul discorso di classe che la complica.
Nella stessa categoria stanno le ricostruzioni evoluzionistiche del controllo sulla sessualità femminile. Sono coerenti, spiegano molto, e restano ricostruzioni: nessuno ha osservato il processo.
Alcune delle idee centrali di questo testo sono argomentazioni e non risultati, e vanno usate sapendolo. La distinzione tra registro collettivo e registro situato della rabbia. La tesi che il problema storico non fosse l'assenza di parole ma l'assenza di parole proprie. L'affermazione che il freno sia evoluto quanto l'impulso, coerente con la letteratura sull'autocontrollo come adattamento sociale ma non verificata qui su fonti primarie. Tutta l'analisi su come si dice una cosa perché arrivi. Il capitolo sull'educazione al consenso, che raccoglie pratiche diffuse tra chi si occupa di prevenzione e le ricompone, senza che la maggior parte di esse sia mai stata sottoposta a valutazione controllata.
Merita di essere raccontato perché mostra come funziona il meccanismo, e perché è successo durante la scrittura di queste pagine.
L'affermazione secondo cui insegnare ai bambini i nomi anatomici corretti li protegga dall'abuso sessuale è ovunque. Compare in materiali di centri antiviolenza, in articoli di divulgazione pediatrica, in campagne di prevenzione, sempre con lo stesso tono di cosa dimostrata. Anch'io l'ho scritta e detta come se fosse un dato.
Risalendo alle fonti si trova un aneddoto degli anni Novanta su dichiarazioni di autori di reato e nessuno studio controllato sull'effetto. Analisi critiche della letteratura concludono che quella ricerca non è mai stata condotta.
Non ne segue che l'affermazione sia falsa. Ne segue che è non verificata, il che è una cosa diversa e va detta con parole diverse. La pratica resta consigliabile per ragioni indipendenti, indicate nel capitolo sesto, e quelle ragioni sono argomenti e non prove. Chiamare prova un argomento su un terreno dove ci sono in ballo la sicurezza dei bambini e la fiducia delle persone significa spendere una credibilità che poi manca quando serve difendere qualcosa che i dati li ha davvero.
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Tracy Vaillancourt, Aanchal Sharma, Intolerance of Sexy Peers: Intrasexual Competition Among Women, Aggressive Behavior, 37(6), 2011, pp. 569-577. onlinelibrary.wiley.com
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Margo Wilson, Martin Daly, The Man Who Mistook His Wife for a Chattel, 1992. PDF integrale
Roy F. Baumeister, Kathleen D. Vohs, Sexual Economics: Sex as Female Resource for Social Exchange in Heterosexual Interactions, Personality and Social Psychology Review, 8, 2004, pp. 339-363. PDF integrale · scheda PubMed
Roy F. Baumeister, Kathleen D. Vohs, Sexual Economics, Culture, Men, and Modern Sexual Trends, Society, 2012, aggiornamento del quadro precedente. PDF integrale
Michel Foucault, La volontà di sapere. Storia della sessualità 1, 1976. Va letto tenendo presente che l'autore argomenta contro l'ipotesi repressiva, non a suo favore. scheda di sintesi
Norbert Elias, Il processo di civilizzazione, 1939.
Legge 5 agosto 1981, n. 442, abrogazione della disciplina della causa d'onore. testo e contesto
Ricostruzione della disciplina del delitto d'onore e del matrimonio riparatore. voce enciclopedica
Cassazione penale, 16 febbraio 1976, n. 12855, sulla violenza sessuale tra coniugi. ricostruzione giurisprudenziale · inquadramento
Il caso Franca Viola. ricostruzione · Treccani
Sul valore protettivo dell'insegnamento dei nomi anatomici corretti, quadro delle posizioni correnti e del loro fondamento. rassegna con contro-argomento
Il modello clinico di Rosemary Basson sul desiderio responsivo è citato nel secondo capitolo, senza verifica della letteratura primaria.